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Psicologia e intelligenza artificiale: che cosa cambia davvero

Cosa fa davvero un assistente di IA, dove passa il confine tra aiuto e rischio e tre precauzioni per psicologi e pazienti.

Vengo dall'informatica e oggi sono anche psicologo. Da questa doppia prospettiva vedo intorno all'intelligenza artificiale molta entropia, cioè molto disordine. Se ne parla tanto, spesso con toni allarmati o entusiasti e con pochi criteri chiari, e alcuni usi poco meditati possono creare problemi. Scrivo queste righe per mettere a fattor comune ciò che so, con i colleghi e con chi si rivolge, o pensa di rivolgersi, a uno psicologo. Non ho ricette da proporre, e non credo che esista un modo giusto per tutti di rapportarsi a questa tecnologia.

L'IA è già qui

Anche chi non ha mai usato un assistente di IA, cioè uno di quei programmi a cui si fanno domande scrivendo come si farebbe con una persona, ha già a che fare con l'intelligenza artificiale. La prima porta d'ingresso sono le persone che si rivolgono a noi. C'è chi, prima di arrivare nello studio di uno psicologo, ha già raccontato le proprie difficoltà a un assistente e magari ne ha ricevuto un'etichetta diagnostica, che porta con sé al primo colloquio. E poi l'IA è già dentro gli strumenti di tutti i giorni, come i motori di ricerca che rispondono con un riassunto, spesso senza che ce ne accorgiamo.

I primi dati vanno nella stessa direzione. Il 3 luglio 2026 il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi ha presentato alla Camera dei deputati la prima indagine nazionale sul tema, costruita sulle risposte di 5.906 psicologhe e psicologi a un questionario online diffuso tra gli iscritti all'inizio dell'anno. Il 58,76% ha già usato strumenti di IA, soprattutto per la gestione di documenti e per la ricerca, molto meno in psicodiagnosi e terapia. Più della metà, il 55,04%, riferisce che alcuni pazienti li usano per parlare di emozioni e relazioni o per cercare informazioni su una diagnosi, e il 79,45% indica tra i rischi l'autodiagnosi e l'illusione di essere curati. Sul fronte delle difficoltà, il 62,03% segnala la mancanza di una formazione specifica e il 54,48% l'assenza di linee guida condivise, mentre l'86% si dichiara disponibile a formarsi. La partecipazione era volontaria e il rapporto integrale non è ancora pubblico, per cui i numeri descrivono soprattutto i colleghi più interessati al tema. Indicano comunque che l'IA è entrata nella pratica di molti professionisti prima che la comunità professionale avesse modo di discuterne insieme.

Non scrivo per convincere nessuno. Chi usa l'IA lo fa spesso per ragioni concrete, a partire dal carico amministrativo che accompagna la professione, e chi preferisce non usarla ha motivi altrettanto legittimi. Non c'è una parte giusta da cui stare. Mi interessa capire che cosa succede quando la usiamo e dove passa il confine tra un aiuto e un rischio.

Che cosa fa, e che cosa non fa

Un assistente di IA compone la risposta sul momento, una porzione di testo alla volta, scegliendo di volta in volta un seguito plausibile in base a ciò che il suo modello, cioè il sistema statistico su cui si basa, ha appreso da grandi quantità di testi. Anche quando consulta pagine web o documenti, il testo finale viene generato in questo modo. Il risultato è spesso fluido e convincente, perché il modello ha appreso le regolarità della scrittura umana, ma di per sé non verifica la correttezza di ciò che afferma.

Per questo un assistente può inventare, con la stessa sicurezza con cui dice cose vere. In uno studio pubblicato nel 2023, due versioni di un assistente molto diffuso hanno generato riferimenti bibliografici inesistenti nel 55% e nel 18% dei casi. Da allora i sistemi sono migliorati, ma il loro funzionamento non esclude l'errore. Meno evidente è la tendenza a dare ragione all'utente. Se la domanda lascia intendere la risposta attesa, spesso è proprio quella che si ottiene, e Mrinank Sharma e colleghi, in un lavoro presentato nel 2024, collegano questo comportamento al modo in cui gli assistenti vengono addestrati, cioè premiando le risposte preferite dalle persone. Per chi fa il nostro lavoro è un punto delicato, perché chi chiede a un assistente di confermare un'idea su di sé, sul partner o su un sintomo rischia di sentirsi dire esattamente ciò che voleva sentirsi dire.

L'impressione di dialogare con qualcuno che comprende ha una storia lunga. Nel 1966 l'informatico Joseph Weizenbaum realizzò ELIZA, un programma che simulava uno psicoterapeuta restituendo all'utente le sue stesse parole, e osservò quanto fosse facile, anche con uno strumento così semplice, creare l'illusione di essere compresi. Attribuire una mente a chi ci risponde è una tendenza umana del tutto normale, e non dice nulla di negativo su chi la prova. I sistemi attuali, molto più fluenti, la rendono ancora più forte, e nemmeno sapere come funziona un programma basta a spegnerla.

Sostegno o sostituto

Ci sono usi che possono davvero alleggerire il lavoro di uno psicologo, come la gestione di adempimenti amministrativi privi di contenuto clinico o la stesura di una prima bozza di materiale informativo da rivedere con attenzione. Un assistente può anche facilitare un primo orientamento su un argomento di studio nuovo. In questi casi l'IA restituisce tempo, ma ciò che produce va comunque verificato, ed eventualmente corretto, da chi ne assume la responsabilità. Vale anche la pena chiedersi, di volta in volta, se il tempo risparmiato non venga poi interamente assorbito dal controllo.

Nessuna risposta di un assistente è una diagnosi, anche quando è ben formulata e ricca di terminologia tecnica, perché la diagnosi nasce da un colloquio e da una valutazione di cui un professionista si assume la responsabilità. Allo stesso modo, nessun assistente sostituisce una psicoterapia. Può dare conforto in un momento difficile o aiutare a dare parole a un vissuto, ma non offre una relazione che si sviluppa nel tempo, con un professionista capace di cogliere un ritardo alla seduta o un tema che viene sistematicamente evitato, e che risponde delle proprie scelte. Un assistente vede soltanto ciò che gli viene scritto, nel momento in cui viene scritto.

Per questo, quando un paziente racconta in seduta di essersi confidato con un assistente, non mi sembra un comportamento da correggere o da giudicare. È una scelta comprensibile, e il racconto dice molto, perché mostra in quale momento la persona ha sentito il bisogno di rivolgersi a un assistente e che cosa cercava. Può accadere che provi un po' di imbarazzo, o che tema di sembrare poco impegnata nel proprio percorso. Accogliere il racconto senza commenti è già un modo per dirle che va bene così e che se ne può parlare. È materiale clinico da esplorare con curiosità, come il racconto di una confidenza fatta a un amico. A volte è sufficiente chiedere che cosa ha scritto e che cosa ha provato leggendo la risposta.

Tre precauzioni

Se sei un collega, la prima precauzione riguarda i dati. Le informazioni cliniche e quelle che consentono di identificare una persona non vanno inserite negli assistenti generalisti, quelli di uso comune. Diverso è il caso di un testo realmente anonimizzato, tenendo presente che l'anonimizzazione va ben oltre la sostituzione di un nome; per i dati sanitari occorrono invece strumenti che offrano le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. La seconda precauzione è verificare sempre, a partire dalle fonti, e formulare domande aperte anziché richieste di conferma.

La terza è la trasparenza. Quando l'IA entra in qualche forma nella relazione professionale, per esempio per la trascrizione o per la preparazione di materiali, è corretto che i pazienti ne siano informati e possano esprimere, o negare, il proprio consenso.

Se ti rivolgi, o stai pensando di rivolgerti, a uno psicologo, sappi che usare un assistente di IA per mettere ordine nei pensieri o per trovare le parole di qualcosa che fai fatica a dire non ha nulla di strano. Tieni presente però che non si tratta di una terapia e che le sue risposte non sono una diagnosi. Fai attenzione a che cosa condividi, perché ciò che scrivi può essere conservato dal servizio che usi. E se da quelle conversazioni emerge qualcosa di importante, parlane con il tuo psicologo.

Un'ultima indicazione vale per tutti. Se stai attraversando un momento di crisi o hai pensieri di farti del male, non affrontarlo soltanto con un assistente. In caso di urgenza rivolgiti ai servizi di emergenza o al pronto soccorso più vicino; negli altri casi puoi contattare il tuo medico, il Centro di Salute Mentale della tua zona o uno psicologo. Chiedere aiuto a una persona è sempre la scelta giusta.

Non so prevedere come cambierà il nostro lavoro nei prossimi anni, e diffido di chi sostiene di saperlo. Il disordine di cui parlavo all'inizio, tuttavia, non si riduce da solo, e mi sembra una ragione sufficiente per avviare fin da ora un confronto tra colleghi, a partire dai pochi dati disponibili.


Fonti

  • Askanews, «Psicologi, indagine CNOP su rischi e prospettive IA nella professione», 3 luglio 2026. Leggi l'articolo
  • Ordine degli Psicologi del Piemonte, «Survey nazionale su Intelligenza Artificiale e Psicologia», 15 gennaio 2026. Leggi la pagina
  • Weizenbaum, J. (1966). ELIZA: A computer program for the study of natural language communication between man and machine. Communications of the ACM, 9(1), 36-45. doi.org/10.1145/365153.365168
  • Walters, W. H., & Wilder, E. I. (2023). Fabrication and errors in the bibliographic citations generated by ChatGPT. Scientific Reports, 13, 14045. doi.org/10.1038/s41598-023-41032-5
  • Sharma, M., et al. (2024). Towards understanding sycophancy in language models. International Conference on Learning Representations (ICLR 2024). arxiv.org/abs/2310.13548
Come citare questo articolo

Paterno, S. (2026). Psicologia e intelligenza artificiale: che cosa cambia davvero. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.22977725

DOI 10.5281/zenodo.22977725 · Licenza CC BY 4.0

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